Come entrare in politica: la guida completa (anche senza laurea)

In Italia, entrare in politica è più semplice di quanto si creda — ma anche più strutturato. Non esiste un titolo di studio obbligatorio, non c’è un percorso accademico univoco, non serve una “raccomandazione” misteriosa. Ci sono però alcune strade tipiche, alcuni tempi tecnici da rispettare e qualche errore ricorrente da evitare. In questa guida ti spiego tutto quello che serve sapere prima di candidarti, dai requisiti minimi alle 3 strategie principali, da chi vuole entrare in politica giovane a chi ci arriva dopo i 50, dal Comune al Parlamento.

Sono Marco Venturini, consulente in comunicazione politica da oltre 10 anni. In questi anni ho seguito centinaia di candidati alla loro prima elezione — comunale, regionale, parlamentare. Quello che leggi qui sotto è la sintesi pratica di quel lavoro.

Come entrare in politica in Italia oggi: cosa devi sapere prima di iniziare

La prima cosa da chiarire è una semplice verità: in Italia non esiste un percorso unico per entrare in politica. Non c’è un esame di stato, non c’è un albo, non c’è un’università specifica che ti garantisca l’accesso. Quello che c’è sono diverse strade alternative — alcune più rapide, altre più strutturate, alcune più adatte a chi è giovane, altre a chi arriva con un’esperienza professionale alle spalle.

Quello che fa la differenza, alla prima candidatura, è capire dove ti collochi in questa mappa: quali strumenti hai già, quali ti mancano, quanto tempo hai a disposizione, quale livello di elezione vuoi puntare (Comune, Regione, Parlamento). Le tre strategie principali — vederle in dettaglio nelle prossime sezioni — coprono tutte le situazioni tipiche, dal ventenne che inizia militando fino al sessantenne che fonda un movimento civico.

Quanto tempo prima devi preparare la tua candidatura

L’errore più diffuso tra chi vuole entrare in politica per la prima volta è iniziare troppo tardi. Una campagna elettorale seria — comunale, regionale o politica — richiede minimo 6-12 mesi di lavoro preparatorio prima del giorno del voto: costruire il profilo pubblico, accreditarsi nel territorio, intessere rapporti con i decisori del partito o della lista, definire il messaggio, raccogliere le firme se necessario.

Chi si attiva due mesi prima delle elezioni — purtroppo è la maggior parte degli aspiranti — di solito non riesce a ottenere una posizione decente in lista, oppure non riesce a costruire la presenza pubblica necessaria a essere votato. La regola pratica è: se le elezioni sono tra 12 mesi, devi iniziare oggi; se sono tra 6 mesi, devi iniziare ieri; se sono tra 3 mesi, è probabilmente troppo tardi per la prossima tornata, meglio puntare a quella successiva.

In che fase della vita conviene entrare in politica

Una domanda che ricevo spesso: a che età è meglio iniziare a fare politica? Non c’è una risposta unica. Ogni fase della vita ha vantaggi e percorsi tipici diversi. Vediamo le tre situazioni più comuni.

Iniziare giovani (under 30): la trafila militante

Se hai meno di trent’anni e vuoi entrare in politica da giovane, la strada classica è quella della militanza dentro un partito o un’organizzazione collaterale (giovani di partito, sindacato studentesco, associazioni di settore). Il vantaggio è che i partiti hanno bisogno di rinnovare le proprie classi dirigenti e tendono a premiare chi mette tempo e energia gratuiti per anni — la cosiddetta “gavetta”. Lo svantaggio è che è la strada più lenta: dai 5 ai 10 anni dal primo tesseramento alla prima candidatura significativa.

Esempi: Elly Schlein, l’attuale segretaria del PD, ha iniziato a fare attivismo politico attorno ai vent’anni dentro il movimento dei volontari per Obama 2008 e poi è approdata alla politica italiana negli anni successivi. Matteo Lepore, sindaco di Bologna dal 2021, ha fatto militanza dentro il PD bolognese fin dai vent’anni prima di arrivare alla candidatura a sindaco a 41 anni. Sono due percorsi tipici della strada militante: anni di lavoro non retribuito, riconoscimento progressivo dentro il partito, infine la candidatura.

Entrare in politica a metà carriera (40-50): portare expertise professionale

Tra i 40 e i 50 anni la situazione cambia: arrivi alla politica già con una professione consolidata, una rete di contatti, un’identità pubblica nel tuo settore. Il punto di forza diventa proprio questo — porti competenze concrete che il partito o la lista non hanno (un avvocato, un imprenditore, un primario d’ospedale, un docente universitario, un giornalista). Le liste — soprattutto quelle civiche e quelle dei partiti minori — cercano attivamente queste figure perché alzano la qualità percepita della proposta.

Esempi: Matteo Renzi è diventato sindaco di Firenze a 34 anni dopo essere stato presidente della Provincia, ma il suo profilo pubblico era già consolidato prima di arrivare al ruolo nazionale. Tantissimi parlamentari italiani si sono affacciati alla politica intorno ai 40 portando con sé un curriculum professionale specifico (medici, avvocati, manager). Il vantaggio della mid-career è la velocità: con il giusto network e una buona campagna, il salto in lista può avvenire in 12-24 mesi, non in dieci anni.

La politica dopo i 60: ruoli territoriali e movimenti civici

Dopo i 60 anni la politica diventa spesso un capitolo di vita — talvolta dopo la pensione professionale, talvolta dopo decenni di impegno civico nel territorio. È la strada tipica di chi guida liste civiche locali, comitati di quartiere, movimenti monotematici (ambientalismo, diritti, mobilità). Si arriva alla candidatura con un capitale di credibilità costruito sul territorio: la gente sa già chi sei, cosa fai, perché ti candidi.

I ruoli a cui si punta sono soprattutto consigliere comunale, sindaco di città medio-piccole, consigliere regionale di lista civica. Più raramente il Parlamento, che ha logiche di partito difficilmente penetrabili dopo una certa età senza tessera. È la strada più “indipendente” delle tre — ma richiede una storia personale lunga e riconoscibile per funzionare davvero.

Si può entrare in politica senza laurea? E cosa studiare se si vuole

Si può entrare in politica senza laurea. Il diritto di candidarsi alle elezioni in Italia è garantito a chiunque abbia compiuto la maggiore età (18 anni per Comune e Regione, 25 per la Camera; 40 anni per il Senato), abbia la cittadinanza italiana e non sia stato dichiarato incandidabile per condanne specifiche. Non esistono titoli di studio obbligatori. La maggioranza dei sindaci e consiglieri comunali italiani non ha una laurea in scienze politiche — molti non hanno proprio una laurea.

Detto questo, se sei giovane e vuoi cosa studiare per entrare in politica in modo strutturato, le facoltà che danno il bagaglio teorico più solido sono Scienze politiche, Giurisprudenza, Comunicazione, Storia ed Economia. Non sono “preferenziali” per la candidatura, ma ti danno strumenti per capire la macchina (norme, istituzioni, dinamiche di campagna). Università di riferimento per chi vuole specializzarsi: Cattolica e LUISS Roma, LUMSA, IULM Milano, Sapienza.

Più importante della laurea è — sempre — il track record concreto: cosa hai fatto, su quali temi sei riconosciuto, quale rete di rapporti civici hai costruito. Se hai una laurea ma non hai mai messo piede in un quartiere, parti svantaggiato rispetto a chi ha lasciato la scuola a 18 anni ma è il presidente del comitato di quartiere da quindici.

Requisiti per entrare in politica e diventare candidato

I requisiti per entrare in politica in Italia sono pochi e formalmente semplici. Per presentarti alle elezioni devi:

  • Essere cittadino italiano (per le europee anche cittadini UE residenti in Italia, con vincoli)
  • Avere compiuto i 18 anni per Comune e Regione, 25 anni per la Camera; 40 per il Senato
  • Non essere stato dichiarato incandidabile (decreto Severino del 2012, condanne specifiche)
  • Essere iscritto nelle liste elettorali del Comune (o trasferirsi per tempo)
  • Per certi ruoli (sindaco, presidente regione) avere residenza nel territorio

Non sono richiesti titoli di studio, esperienza politica precedente, o iscrizione a un partito. La candidatura formale richiede invece firme di sottoscrittori (numero variabile per livello e per dimensione del Comune) e in alcuni casi la presentazione di una lista completa che soddisfi requisiti di parità di genere.

Le 3 strategie principali per procurarsi una candidatura

Stabiliti i requisiti formali, la domanda vera diventa: come ti procuri concretamente una candidatura? Le strade praticabili sono fondamentalmente tre, in ordine di frequenza statistica.

1. Farsi candidare in lista esistente (la via più frequente)

La strada più battuta: contatti il referente locale di un partito o di una lista civica già strutturata e ti proponi come candidato. Funziona se hai qualcosa da offrire alla lista — voti certi (sei un personaggio noto del territorio), competenze tecniche (un medico in lista alza la credibilità sanità), capitale economico (puoi finanziare parte della campagna), reti di rapporti utili (associazioni, categorie, sindacati).

Per essere chiamato dalla lista, devi prima farti notare: scrivere sui giornali locali, intervenire pubblicamente sui temi del territorio, animare un’associazione civica, partecipare a tavoli istituzionali. I partiti scelgono i candidati che portano voti oltre alla loro persona. Se entri in lista in posizione blindata (capolista o seconda casella in collegio sicuro) sei sostanzialmente eletto; se entri in coda, fai gavetta per la prossima tornata.

2. Iscriversi a un partito specifico ed essere attivi

Se non hai un network professionale spendibile, la strada è iscriversi a un partito e iniziare la militanza dal basso. Tesseramento, partecipazione attiva alle riunioni di sezione, organizzazione di iniziative locali, formazione politica dentro la struttura del partito. Dopo qualche anno di lavoro visibile arriva il primo incarico interno (consigliere di circoscrizione, segretario di sezione), poi la candidatura locale, poi — se sei stato bravo — quella in posizione utile.

È la strada più lenta (dai 5 ai 10 anni dal tesseramento alla candidatura significativa) ma anche la più sicura per chi parte da zero. Tutti i grandi leader di partito sono passati da questa scuola. Vantaggio aggiuntivo: impari la macchina dall’interno, sai come funzionano congressi, primarie, regolamenti elettorali interni. Svantaggio: i partiti italiani vivono cicli di crescita e crisi rapidi, il tuo investimento di tempo dipende dalla tenuta del progetto.

3. Fondare un partito o una lista civica

La terza strada è la più audace: fondare il tuo partito o, più realisticamente, una lista civica per le elezioni amministrative comunali. È la via dei movimenti politici nuovi, dei comitati di quartiere che si trasformano in liste, degli imprenditori che decidono di “scendere in campo” — Berlusconi 1994, Grillo 2009, Renzi quando lasciò il PD nel 2019, e centinaia di liste civiche locali ogni anno. Richiede capitali (anche modesti per il livello comunale), reti, capacità organizzativa e — sopra ogni cosa — un’idea forte che giustifichi l’esistenza del nuovo soggetto rispetto alle proposte già in campo.

A livello nazionale, fondare un partito da zero che superi la soglia di sbarramento è oggi quasi impossibile per un esordiente: serve volto, soldi e un timing politico raro. A livello comunale invece le liste civiche funzionano ogni anno in centinaia di città — sono spesso il modo con cui un sindaco “uscente” ricicla la sua presenza, oppure con cui un movimento territoriale entra finalmente in consiglio.

Come entrare in politica nei diversi livelli: comunale, regionale, parlamentare

Non tutti i livelli di elezione hanno la stessa difficoltà di accesso. Vediamoli in ordine crescente di complessità.

Entrare in politica comunale: consigliere e sindaco

Il livello più accessibile. Diventare consigliere comunale in un piccolo Comune (sotto i 15.000 abitanti) richiede poche centinaia di voti — anche cinquanta, in alcuni comuni piccolissimi. Diventare sindaco di un Comune medio richiede di costruire una squadra (la lista), una piattaforma programmatica (vedi come si scrive un discorso elettorale per un comizio) e una campagna di prossimità lunga 6-9 mesi. È il livello in cui consiglio sempre di iniziare a chi è alla prima candidatura.

Diventare consigliere regionale

Salto significativo. I voti necessari per essere eletto consigliere regionale variano molto per Regione e per legge elettorale specifica, ma generalmente servono da 2.000 a 8.000 voti personali in zone rurali, fino a 15.000-30.000 nelle Regioni più grandi e popolose. È un livello in cui la tessera di partito conta moltissimo — quasi tutte le liste regionali sono espressione diretta dei partiti nazionali.

Come diventare deputato (parlamentare nazionale)

Il livello più ambito e più strutturato. Per diventare deputato (Camera) o senatore (Senato) devi essere in una lista alle elezioni politiche nazionali, in posizione utile rispetto al numero di seggi che la tua coalizione conquisterà nel collegio. Quasi sempre servono i partiti nazionali — molto raramente liste civiche o partitini minori riescono a portare seggi al Parlamento.

Quanti voti servono per diventare deputato e senatore

È una delle domande che mi pongono più spesso. Negli ultimi venti anni — dalle elezioni del 2006 al 2022 — il numero medio di voti necessari per diventare deputato o senatore in Italia varia in base al sistema elettorale (misto tra maggioritario e proporzionale), all’affluenza e al numero di seggi disponibili. Si può stimare con buona approssimazione dividendo i voti validi per il numero di seggi assegnati. Ecco i numeri.

Per la Camera dei Deputati (630 seggi fino al 2022, ridotti a 400 dalla legislatura attuale), nei collegi proporzionali nazionali e regionali la media è di 50.000-60.000 voti per seggio. Nei collegi uninominali il valore è più basso e dipende molto dal confronto locale: spesso bastano 30.000-50.000 voti per vincere il collegio. Esempi concreti dagli ultimi cicli elettorali:

  • 2006: circa 62.000 voti per seggio (39 milioni di voti validi divisi per 630 seggi)
  • 2018: circa 54.000 voti per seggio (34 milioni divisi per 630)
  • 2022: circa 71.000 voti per seggio (29 milioni divisi per i 400 seggi della legge nuova)

La media approssimativa è quindi di circa 55.000 voti per seggio alla Camera.

Per il Senato (315 seggi fino al 2022, oggi ridotti a 200), il calcolo è simile ma con riparto regionale: la media nei collegi proporzionali oscilla tra 70.000 e 80.000 voti per seggio. Nei collegi uninominali del Senato i valori sono comparabili a quelli della Camera. Esempi concreti:

  • 2006: circa 77.000 voti per seggio (35 milioni divisi per 315)
  • 2018: circa 99.000 voti per seggio (31 milioni divisi per 315)
  • 2022: circa 138.000 voti per seggio (29 milioni divisi per i 200 seggi della legge nuova)

La media approssimativa per il Senato è quindi di circa 85.000 voti per seggio.

Questi valori sono stime sul totale voti validi divisi per il numero di seggi assegnati, e servono come ordine di grandezza per chi sta valutando una candidatura. Nei collegi uninominali, però, conta il confronto locale tra i candidati delle diverse coalizioni — non un quoziente fisso. Per dati precisi su una specifica legislatura serve sempre verificare i risultati ufficiali del collegio.

Come fondare un partito politico o una lista civica

Per fondare un partito politico in Italia non servono atti notarili particolari — è un’associazione di fatto secondo la Costituzione italiana, che riconosce la libertà di associazione politica all’articolo 49. Quello che serve, in pratica, è raccogliere il numero minimo di firme di sottoscrittori per presentarsi alle elezioni (variabile per livello), avere uno statuto, una sede, un nome, un simbolo registrato. Le liste civiche locali sono ancora più semplici: si presentano nel singolo Comune e devono raccogliere le firme richieste per quel livello.

La parte difficile non è fondare il partito ma farlo crescere: ottenere visibilità mediatica, raggiungere la soglia di sbarramento alle elezioni, costruire una base attiva di militanti. La gran parte dei nuovi partiti italiani non supera la prima legislatura. Le liste civiche comunali invece hanno tassi di sopravvivenza molto migliori, ma sono — appunto — un fenomeno locale.

Fare politica senza iscriversi a un partito: la via dei movimenti

Non vuoi tessera, non vuoi rituali di sezione, non vuoi gerarchia di partito? Fare politica senza entrare in un partito è possibile attraverso i movimenti civici: comitati di quartiere, movimenti monotematici (ambiente, mobilità, sanità, diritti civili), associazioni di categoria che si politicizzano. Da movimento civico al consiglio comunale c’è una strada relativamente breve, soprattutto nelle città medie dove le liste civiche sono percepite come alternativa alla politica tradizionale.

Il vantaggio del movimento è la libertà di posizionamento e la freschezza percepita rispetto ai partiti tradizionali. Lo svantaggio è la fragilità organizzativa: un movimento dipende da poche persone-chiave, e se queste si esauriscono il movimento si scioglie. Plus, raggiungere il livello regionale o parlamentare partendo da un movimento puro è oggi quasi impossibile in Italia — i seggi sopra il livello comunale sono presidiati dai partiti.

Su questo tema specifico — come si fonda e si fa crescere un movimento politico, soprattutto puntando a riportare al voto chi si è allontanato dalla politica — ho scritto un libro dedicato: Astensionisti: come riportarli al voto. Spiega passo passo come strutturare un movimento da zero, come costruire la base di sostenitori, come comunicare con chi ha smesso di credere nei partiti tradizionali. Se la via dei movimenti è quella che ti interessa, è il riferimento più completo che abbia messo nero su bianco su questo argomento.

Errori da evitare quando entri in politica per la prima volta

Cinque errori classici che vedo ripetersi quasi sempre in chi è alla prima candidatura. Evitali e sei già davanti al 70% dei tuoi concorrenti.

  • Iniziare troppo tardi. Pensare che bastino due mesi prima del voto per costruire una candidatura. Come abbiamo visto, servono 6-12 mesi minimo. Iniziare in ritardo significa raccattare l’ultimo posto in lista o restare a casa.
  • Non avere un messaggio chiaro. Candidarsi senza poter rispondere in una frase a “perché ti candidi?” è il modo più sicuro per non essere votato. Ogni candidato deve avere il suo slogan elettorale vincente e una narrazione coerente.
  • Sottovalutare il lavoro di territorio. Molti aspiranti politici credono che bastino i social. I social sono un canale, ma il voto si conquista anche stringendo mani, partecipando ad eventi, frequentando associazioni, mercati, parrocchie. La politica è anche corpi, non solo pixel.
  • Promettere troppo. Un programma di 200 punti non si ricorda. Un candidato che promette di “risolvere tutti i problemi” perde di credibilità. Meglio 3 priorità chiare e fattibili che 30 promesse generiche.
  • Non prepararsi alla parte mediatica. Apparire in tv, scrivere un comunicato, gestire un’intervista, rispondere a un attacco social: sono competenze che si imparano. Chi si candida senza un minimo di media training commette spesso errori comunicativi che possono rovinare un’intera campagna.

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Domande frequenti su come entrare in politica

Come si entra in politica in Italia?

Le tre strade più frequenti sono: 1) farsi candidare in lista esistente di un partito o lista civica grazie a competenze, network o capacità di portare voti; 2) iscriversi a un partito e fare militanza dal basso fino all’incarico interno e poi alla candidatura; 3) fondare un partito o una lista civica propria, soprattutto a livello comunale. Non servono titoli di studio obbligatori: i requisiti sono cittadinanza italiana, maggiore età (25 anni per il Senato), iscrizione nelle liste elettorali, assenza di incandidabilità per legge.

Si può entrare in politica senza laurea?

Sì, si può entrare in politica senza laurea. Il diritto di candidarsi alle elezioni in Italia è garantito a chiunque abbia compiuto la maggiore età, abbia la cittadinanza italiana e non sia stato dichiarato incandidabile. Non sono richiesti titoli di studio. La maggioranza dei sindaci e consiglieri comunali italiani non ha una laurea in scienze politiche, e molti non hanno proprio una laurea. Quello che conta è il track record civico e professionale, non il titolo.

Cosa studiare per entrare in politica?

Le facoltà che danno il bagaglio teorico più solido per entrare in politica sono Scienze politiche, Giurisprudenza, Comunicazione, Storia ed Economia. Non sono “preferenziali” per la candidatura ma offrono strumenti per capire la macchina istituzionale, le norme elettorali e le dinamiche di campagna. Università di riferimento: Cattolica, LUISS, LUMSA, IULM, Sapienza. Più importante della laurea è comunque il track record concreto sul territorio.

Quanti voti servono per diventare deputato?

Per diventare deputato alla Camera servono in media circa 55.000 voti per seggio (calcolati come voti validi totali divisi per i seggi assegnati). Esempi: nel 2006 circa 62.000 voti per seggio, nel 2018 circa 54.000, nel 2022 circa 71.000 (con la nuova legge a 400 seggi). Nei collegi proporzionali la media è di 50.000-60.000 voti, nei collegi uninominali spesso bastano 30.000-50.000 voti perché conta il confronto locale.

Quanti voti servono per diventare senatore?

Per il Senato la media è di circa 85.000 voti per seggio. Esempi: nel 2006 circa 77.000 voti, nel 2018 circa 99.000, nel 2022 circa 138.000 (con la nuova legge a 200 seggi). Nei collegi proporzionali la media è di 70.000-80.000 voti per seggio. Nei collegi uninominali del Senato i valori sono comparabili a quelli della Camera, perché conta il confronto locale tra candidati delle diverse coalizioni.

Come fondare un partito politico in Italia?

In Italia un partito politico è un’associazione di fatto secondo l’articolo 49 della Costituzione: non servono atti notarili particolari per fondarlo. Bisogna: definire uno statuto, un nome, un simbolo registrato, una sede; raccogliere il numero minimo di firme di sottoscrittori per presentarsi alle elezioni (variabile per livello); ottenere visibilità mediatica per superare la soglia di sbarramento. Le liste civiche locali sono molto più semplici: si presentano nel singolo Comune con le firme richieste per quel livello.

Come fare politica senza entrare in un partito?

Si può fare politica senza tessera attraverso movimenti civici, comitati di quartiere, movimenti monotematici (ambiente, mobilità, diritti, sanità) e liste civiche locali. È la via più indipendente, particolarmente efficace a livello comunale. Il libro “Astensionisti: come riportarli al voto” di Marco Venturini spiega passo passo come fondare un movimento politico da zero e come costruire una base di sostenitori partendo da chi non vota più.

A che età si può iniziare a fare politica?

Non c’è un’età migliore per entrare in politica: ogni fase della vita ha vantaggi e percorsi tipici diversi. Sotto i 30 funziona la trafila militante dentro un partito (5-10 anni dal tesseramento alla candidatura significativa). Tra 40 e 50 anni si arriva con una professione consolidata e si può fare il salto in lista più rapidamente, in 12-24 mesi. Dopo i 60 la strada classica è quella delle liste civiche locali e dei movimenti monotematici, partendo da un capitale di credibilità costruito sul territorio.

Quanto tempo prima devo iniziare a preparare la mia candidatura?

Una campagna elettorale seria richiede minimo 6-12 mesi di lavoro preparatorio prima del giorno del voto: costruire il profilo pubblico, accreditarsi nel territorio, intessere rapporti con i decisori del partito o della lista, definire il messaggio, raccogliere firme se necessario. Chi si attiva due mesi prima delle elezioni di solito non riesce a ottenere una posizione decente in lista o non costruisce la presenza pubblica necessaria a essere votato.

Quali sono i requisiti per entrare in politica?

I requisiti formali per candidarsi in Italia sono: cittadinanza italiana (o UE residente per le europee con vincoli), maggiore età (18 anni per Comune, Regione, 25 Camera; 40 anni per il Senato), iscrizione nelle liste elettorali del Comune, assenza di incandidabilità per condanne specifiche (decreto Severino del 2012). Non sono richiesti titoli di studio, esperienza politica precedente, o iscrizione obbligatoria a un partito. La candidatura formale richiede invece firme di sottoscrittori e in alcuni casi liste complete con parità di genere.